18038 Sanremo (IM) via San Rocco

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Parroco Don Marco Moraglia
Parroco Emerito Don Contardo Colombi

giovedì 1 marzo 2012

LA STORIA DELLA CHIESA DI SAN ROCCO

LA CHIESA DI SAN ROCCO in Sanremo Il primo Oratorio di San Rocco di cui si abbia notizia, era non più di un modestissimo altarino con quattro esigue porzioni di mura battute dai venti e dalle onde del mare, situato di fianco al bastione quattrocentesco all'imbocco del molo di levante, che poi fu incamerato dai genovesi nella fortezza di Santa Tecla, pur rimanendovi tuttora riconoscibile fra gli altri tre bastioni laterali. Io propenderei a crederlo il più antico, quell'Oratorio, del quale parla il prof. Nilo Calvini, nella sua opera sulla Rivoluzione del 1745 a Sanremo. Ne sorse un altro di maggiori proporzioni, forse più tardi come si presentava quando furono intrapresi i lavori per tracciare la passeggiata Imperatrice, ma potrebbe fosse stato anche precedentemente ambientato da una semplice cappellina simile alle tante sparse sui viottoli e le strade di campagna, fuori dall'abitato. Alla chiesuola si accedeva per un sentiero che costeggiava un tratto la strada romana, a partire dal1a Porta dei Cappuccini fino all'odierna zona del Cimitero, e il sentiero era detto " strà da Buza ", Il tetto era a due spioventi, sormontato da un campaniletto a cuspide, l'assieme, dei muri alquanto sbrecciati e morsi dal salino per la vicinanza del mare, risaliva alla metà del XVI secolo, come lo denunciava la rustica disposizione delle pietre, impilate l'una sull'altra con poca calce a tenerle unite perché non cadessero. Eppure quei muri ce l'avrebbero fatta lo stesso a passarsela liscia per chissà quanti secoli ancora, a differenza di certi casermoni del giorno d'oggi che per un nonnulla se ne vanno a catafascio come se fossero di pastafrolla e non di cemento armato. In essa, dopo che il primo Sindaco Sito Andrea Carli ebbe fatto sistemare il Cimitero " nuovo " alla Foce - l'anno 1837 - facevano l'ultima sosta le portantine dei morti con l'accompagnamento dei dolenti. Benedetta la salma dal Cappellano di turno, il corteo si rimetteva in moto e l'effigie di San Rocco col cane che gli leccava la piaga sul ginocchio restava intontita a guardare quella gente allontanarsi, che non avreste saputo dire quale Fosse l'uomo e quale la bestia, tale e tanta era la somiglianza di quei due sventurati pittati a vanvera per pochi soldi da chissamai quale madonnaro di passaggio. La " strà da Buza " non si poteva definire gran che praticabile, specie di notte, mentre di carrozzabile per modo di dire c'era soltanto la via Nazionale per Nizza, fatta tracciare da Napoleone sulle tracce lasciatevi dai suoi carriaggi durante la campagna d'Italia. Dopo la disfatta di Waterloo, tutto era andato in disabbandono e la terra battuta era seminata di buche e irta di sassi. A quel tempo era ministro di Stato un nobilomo a nome Roget de Cholex, di origine savojarda. il quale faceva però le corna alla sua terra d'origine dichiarandosi di pura razza nizzarda. Orbene, egli osteggiò quanto gli riuscì possibile la totale e definitiva sistemazione di questa strada al fine di favorire il meno possibile l'afflusso dei forestieri in Italia, specie sulla nostra Riviera, attraverso la frontiera francese. In tal maniera sarebbero stati obbligati a spendere i loro soldi nel paese che più gli stava a cuore, Nizza. Fu ventura per noialtri sanremaschi e le genti del territorio situate di qua del confine, che a Madama Cristina, consorte di Carlo Felice, in viaggio per recarsi a trascorrere l'inverno sulla Costa Azzurra, ribaltasse la carrozza proprio nei pressi dell'Oratorio di San Rocco. Il pericolo non fu da poco, se si pensa che la sovrana era incinta, ed avrebbe potuto abortive sotto gli ulivi che costeggiavano la "strù da Buza ". E ci rimasero quei due altolocati personaggi tanto male, da continuare il viaggio per mare, prendendo imbarco a quel che si dice, sulla spiaggia della Pietra Lunga. E' assodato che poi dopo, la regina, che se l'era vista brutta anche per causa del mal di mare che l'aveva tormentata durante l'intero tragitto, dette ordine che si provvedesse immediatamente al ripristino della carreggiata prima del suo ritorno, che essa avrebbe ripercorso in carrozza. Il sullodato ministro tentò di tenere duro lo stesso e brigò per mettere altri bastoni fra le ruote, ma non ce la fece contro l'espresso volere della Sovrana. Quando fu posto mano al corso imperatrice, la chiesetta di San Rocco si trovò ad intopparne l'imbocco, indi fu demolita e ricostruita, in proporzioni minori ambientandola fra le mura di un antico frantoio di fianco al ponticello che scavalcava il rio Foce all'imbocco della mulattiera che si biforcava fra il Solaro e i " Berighi " (l'odierno corso inglesi, lato ponente). In queste due regioni, erano situate verso l'alto due delle torri di vedetta a difesa delle incursioni dei Saraceni, quella degli Arnaud, attigua ad una Cappella fondata da questa famiglia e dedicata a Sant'Antonio e tuttora esistente nella proprietà eredi Carli, e quella dei Mattia, una vecchia famiglia estinta originaria del Poggio. Più in alto ancora si scorgevano ancora a metà dell'ottocento i ruderi del casamento munito dei conti Sapia, sugli avanzi ancora ben conservati della cui torre, si leggeva una iscrizione che diceva, al passante ignaro, come essa risalisse a tempi calamitosi. " Tempora Tribulationis ". Fu a motivo di quelle vedette, che la regione viene ancora adesso denominata Guardiole. Prima dell'altra guerra 1915-18, una piena del torrente si portò via nottetempo la modesta chiesetta di San Rocco, così si pensò di ricostruirne una terza in pietra a vista all'imbocco della salita di Coldirodi che molto più tardi l'attuale prevosto Can. Borfiga riusciva a far diventare Parrocchia ma che pensava bene fosse più utile abbandonare perché fuori mano. Fu così che per alcuni anni un vasto magazzino di fianco all'entrata della traversa che conduce al Cimitero di corso Matuzia, cambiò faccia e destinazione, assumendo parvenza fortuita di una chiesa che potesse raccogliere i fedeli che avevano le loro, case lungo il corso di Ponente, che dal Consiglio Comunale, dietro proposta della Commissione per il IV Censimento, in data 8 febbraio 1901, aveva assunto tale denominazione. E ciò perché proprio in fondo al finitimo vicolo Foce, sussistono abbondanti ruderi (di ville romane che risalgono ai primordi della Villa Matuziana. Ma l'ottimo prevosto Borfiga non poteva certamente accontentarsi di una Parrocchia sistemata, come quella ben più antica della Marina, in un magazzino, per questo coraggiosamente dava corso ai lavori per la costruzione di quella definitiva, che oggi fa bella mostra di sè, sempre sulla traversa che porta al Cimitero, per il suo stile modernamente espressivo anche se a tutti non piace. Sulla primitiva chiesa dedicata al Santo protettore dei colpiti dal terribile morbo della Lebbra, ben poco ho potuto trarre dalle antiche carte di Archivio attentamente consultate anno per anno. Su un documento di Casa Rodi della fine del 1700, è scritto: La Chiesa di San Rocco, posta fuori di S. Remo verso ponente, circa duecento passi verso il mare e 500 longi dalla porta dei Cappuccini, fu fabbricata innanzi il 1624: è stata poi ridotta in Oratorio, siccome l'altra di S. Sebastiano dopo tale anno. (Giuseppe Ferrari).